Storia

    La fondazione del palazzo vescovile sul lato settentrionale della cattedrale, tra il battistero e la scomparsa chiesa di s. Michele – ma in posizione isolata - è da far risalire almeno al X secolo, quando l’intero complesso episcopale è cinto da una cortina muraria di difesa che lo trasforma in un castellum.

    Ricostruito e ampliato dal vescovo Nicolò Maltraversi nella prima metà del XIII secolo, il palazzo subisce i danni di un incendio nel 1289, durante le lotte cittadine tra guelfi e ghibellini. Danneggiato ancora da un grave incendio nel 1374, i vescovi trasferiscono la loro sede presso la chiesa di s. Claudio, a sud della città.

    A riportare la residenza episcopale presso la cattedrale è il vescovo Bonfrancesco Arlotti a partire dal 1477. Arlotti amplia l’antico edificio - in parte ai danni del battistero - unendo, in un unico corpo di fabbrica, cattedrale, palazzo episcopale e battistero. Ulteriori lavori sono promossi a metà Cinquecento dal vescovo Grossi e nella prima metà del XVII secolo, da Paolo Coccapani.

    A partire dal 1650, con la nomina vescovile del card. Rinaldo d’Este, si dà avvio a lavori di ampliamento e di ristrutturazione dei vari corpi di fabbrica ad est dell’antico palazzo vescovile. Incaricato dell’esecuzione del progetto che vedrebbe coinvolti a diverso titolo anche Bernini, Borromini e Pietro da Cortona, sarà l’architetto romano Bartolomeo Avanzini.

    L’edificio, con la sua scansione su tre livelli, più che all’architettura locale si rifà ad elementi propri dell’edilizia aristocratica romana, seppur semplificati. Eliminati risalti plastici sul piano della facciata, una sobria decorazione è affidata alle finestre che, “poggiate” su una sorta di marcapiano, appaiono caratterizzate da una trabeazione rettilinea al pian terreno e da un timpano curvilineo e da uno triangolare rispettivamente ai due piani superiori.

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