IL DISCORSO DELLA PRESIDENTE AL PAPA

    IL DISCORSO DELLA PRESIDENTE AMEI A PAPA FRANCESCO

    "Santo Padre, La ringraziamo di cuore per averci accolto: per tutti noi è una grande gioia poterla incontrare, parlarle del nostro lavoro all'interno dei musei ecclesiastici, delle nostre speranze, delle nostre difficoltà.
    Spesso la parola ‘museo’ viene utilizzata per indicare un luogo polveroso, che si colloca al di fuori della quotidianità delle persone e delle urgenze che la società affronta, giorno dopo giorno. Un luogo da frequentare solo in caso di pioggia per una sorta di dovere al quale, almeno una volta, ciascuno deve sottoporsi. Un luogo che nei più incute soggezione, perché ideato da specialisti nelle singole discipline e rivolto essenzialmente ad altri specialisti.
    Per molto tempo il museo è stato proprio questo, inutile negarlo. Da alcuni decenni tuttavia il museo inteso come tempio elitario della cultura, dell’arte, della scienza, incapace di confrontarsi con la vita che pulsa fuori dalle sue mura, è stato messo in discussione. Oggi tutti noi sappiamo che occorre uscire da questa logica. Solo rovesciando l’idea stantia di museo che troppo spesso ha connotato questa istituzione, il nostro lavoro può avere senso.
    Amei, attiva dal 1996, sta operando per trasformare i nostri musei in luoghi ospitali, inclusivi, vivaci, in grado di saper accogliere e parlare a ogni tipo di pubblico. Di più! Siamo convinti che i musei, ed in particolare quelli ecclesiastici, possano contribuire a cambiare la vita delle persone promuovendo la consapevolezza che tutti apparteniamo ad una comunità universale, composta da un puzzle di culture e di fedi diverse; una comunità che può ospitare ogni sincero cammino religioso e ogni autentico percorso umano.
    Dobbiamo esercitare uno sguardo ampio, capace di cogliere la complessità del presente e accettarne le sfide. Non è semplice, ma ci proviamo, mettendo in campo la passione che ci fa amare il nostro lavoro e ci consente di affrontare le molte difficoltà che incontriamo ogni giorno, non ultimo il tenace pregiudizio di chi ci pensa impegnati soltanto a proporre un’evangelizzazione forzata. Non è questo il nostro compito.
    Come Lei, Santo Padre, ci ha insegnato, occorre costruire ponti, aprire porte e finestre per fare entrare il suono e le voci di un mondo con cui dialogare. E il nostro terreno di scambio è il patrimonio che custodiamo, valorizziamo, comunichiamo: l’arte che tende “all’oltre e all’altro rispetto al finito”, che consente di varcare frontiere, di intuire l’assoluto, di aprire gli occhi e i cuori a una nuova dimensione dell’esistenza.
    Forse non si è ancora compreso a pieno il ruolo strategico dei nostri musei, formidabili luoghi di contatto in grado di coinvolgere persone che non frequentano più la chiesa, fornendo loro utili chiavi di lettura per comprendere il significato dell’arte sacra. Rivolgendoci alle scuole, dai piccoli delle materne agli universitari, trasmettiamo i valori enunciati dal Vangelo attraverso la conoscenza del patrimonio di arte e fede che la Chiesa ha tramandato; favorendo l'incontro con l'altro, comunque inteso, e il rispetto per la diversità culturale. Ci impegniamo ad abbattere le barriere tangibili e intangibili che generano esclusione sociale facendo dei nostri musei spazi accessibili dal punto di vista fisico, culturale, cognitivo, sensoriale. Andiamo in carcere, negli ospedali, nelle case di riposo perché chi non può raggiungerci possa avvicinare la bellezza e trarne conforto. Progettiamo iniziative per fare entrare in museo chi di norma non lo frequenta, poveri, senza tetto, migranti, facendoli diventare protagonisti di un'esperienza di autentica crescita interiore.
    Stiamo vivendo tempi difficili e il disorientamento è grande. Morte, violenza, guerra, terrorismo, razzismo, intolleranza, egoismo, odio, sfiducia, paura sono le parole che oggi ricorrono più spesso. Di fronte a tutto questo anche un museo deve fare la sua parte. Noi ci proviamo. Ma abbiamo bisogno del sostegno convinto della Chiesa, che il Suo pontificato sta profondamente cambiando.
    Lei ci insegna che "sognare non è mai troppo". Bene. Noi vogliamo sognare il futuro, un futuro migliore per la nostra società, per i nostri figli, un futuro nel quale le potenzialità dei nostri musei siano comprese e possano esprimersi al meglio. Con il Suo sostegno, saremo ogni giorno, nel lavoro e nella vita, "artigiani della speranza".

    Domenica Primerano, presidente AMEI Associazione Musei Ecclesiastici Italiani

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