Assemblea AMEI 2020

    Relazione di fine mandato

    Domenica Primerano, Presidente Amei

     

    Si chiude un quinquennio (2015-2020) nel corso del quale il Consiglio Direttivo in carica si è impegnato a fondo per dare attuazione al programma elaborato l’11 aprile 2015 nel corso della sua prima riunione. L’intenso lavoro che ha contrassegnato questo periodo ha prodotto risultati apprezzabili ma, al contempo, ha evidenziato talune criticità che verranno esplicitate per offrire nuovi spunti di riflessione a chi proseguirà l’azione intrapresa.

    Da principio ci si è concentrati sul primo e sul terzo paragrafo del Programma (“Conoscenza della realtà museale ecclesiastica” e “Valorizzazione”): l’obiettivo che ci siamo posti riguardava l’individuazione di strategie finalizzate a far conoscere ad un ampio pubblico la realtà dei musei ecclesiastici, troppo spesso ignorata o letta attraverso le lenti distorte del pregiudizio. Ci sembrava altrettanto importante rafforzare in chi opera all’interno di queste istituzioni la consapevolezza di appartenere ad una stessa comunità museale che condivide obiettivi e quotidiane difficoltà, in un continuo confronto per costruire insieme una ‘casa comune’: Amei.

    Sulla nostra nuova tessera compare lo slogan AMEInteressa: non si tratta di un semplice gioco di parole, quanto dell’invito ad un’adesione convinta e partecipe alla nostra associazione, composta dall’unione di persone che insieme operano per perseguire uno scopo comune. A torto o a ragione, ritengo che lo ‘scopo’ che ci accomuna sia trasformare i nostri musei da luoghi di conservazione del patrimonio di arte sacra, in spazi di ascolto e di scambio. Disponiamo di due armi potenti: la cultura, che il Cardinal Joachim Meisner, ideatore del Kolumba - lo straordinario museo diocesano di Colonia - definisce il “cemento di ogni società” e l’arte che custodiamo, attraverso la quale ciascuno può guardare oltre se stesso per tendere all’oltre e aprire gli occhi e il cuore a una nuova dimensione dell’esistenza che dia senso al presente e forma al futuro. Non a caso nel racconto per immagini del video ufficiale di Amei - realizzato nel 2016 - a scandire il susseguirsi di opere che bene esemplificano la ricchezza e varietà del patrimonio che custodiamo, compaiono le frasi che sintetizzano la nostra mission: “Incontrare, accogliere, coltivare, custodire la bellezza, sognare il futuro”.

    Dunque: occorreva superare il pregiudizio di chi ancora ci equipara a sacrestie polverose. Ma come? Abbiamo utilizzato lo strumento comunicativo a più livelli: rinnovando e potenziando il sito web di Amei con l’aiuto prezioso di Chiara Paratico, utilizzando i social, conquistando uno spazio fisso (Ameinforma) all’interno della prestigiosa rivista Arte cristiana, che ci ha dedicato anche un numero monografico, o in alcuni portali, ma soprattutto affidando ad una agenzia un’ampia campagna di comunicazione per far conoscere i musei ecclesiastici e la nostra associazione, anche in vista del ventennale di Amei (2017). L’investimento economico messo in campo ha prodotto 51 uscite stampa su quotidiani e periodici nazionali, 35 uscite online su siti di quotidiani e settimanali prestigiosi, 10 uscite TV e radio nazionali.

    In seguito a questa intensa campagna di comunicazione e ad altre iniziative che hanno dato nuova visibilità alla nostra associazione, per la prima volta Amei è stata considerata un interlocutore affidabile e pertanto invitata a offrire il proprio contributo al Lubec di Lucca, al Ravello Lab di Federculture, al seminario Le relazioni culturali internazionali: il ruolo dell’Italia nella strategia dell’Unione Europea organizzato a Roma, presso la Camera dei deputati, al Salone del restauro di Ferrara dove siamo stati protagonisti dell’incontro Nuovi modelli per accogliere l’alterità, al RO-ME - Museum Exibition, al Master in Cultural Management del Dipartimento di Economia e Management di Ferrara, al convegno Musealizzazione, conservazione o sostituzione delle opere d’arte, su invito dell'Opera della Primaziale Pisana; a quello organizzato a Cosenza su invito del coordinamento dei musei calabri, Musei e paesaggi culturali, per citare solo alcuni appuntamenti tra i tanti ai quali abbiamo partecipato.

    Nell’ottobre del 2015 abbiamo partecipato inoltre al Convegno dell’Associazione Europe Thesauri che si è tenuto a Salisburgo.

    Inoltre, per favorire la comunicazione abbiamo costruito - non senza fatica – un portfolio con foto in alta risoluzione e schede sintetiche delle principali opere presenti nei musei associati e delle loro sedi; con l’aiuto dei coordinatori, abbiamo inoltre aggiornato i recapiti dei musei soci e dei loro referenti, integrando la banca dati con quelli delle istituzioni museali ecclesiastiche ancora estranee ad Amei. L’archivio ci ha consentito di conoscere meglio la nostra realtà, obbiettivo enunciato nel Programma, ma solo in parte raggiunto. Grazie al lavoro di Mons. Santi inoltre il repertorio dei musei ecclesiastici viene continuamente aggiornato.

    Abbiamo cercato di consolidare i rapporti di collaborazione con l’Ufficio Nazionale Beni Ecclesiastici ed Edilizia di Culto della CEI. Nel settembre del 2015 ho incontrato don Valerio Pennasso, appena insediato a capo dell’UNBCE, per avviare un percorso congiunto e proporgli di attivare una comune azione conoscitiva finalizzata ad individuare, tra gli oltre ottocento musei ecclesiastici censiti, quelli che avrebbero potuto fare da capofila di altre realtà meno attrezzate, in una logica di rete territoriale, così da rafforzare l’azione comune. La proposta non ha trovato il necessario sostegno. Anche in seguito l’UNBCE non ha considerato Amei il naturale referente con cui confrontarsi per affrontare insieme le problematiche dei musei ecclesiastici: un’occasione mancata, perché la riflessione congiunta su punti di forza e di debolezza della nostra realtà avrebbe consentito di concordare iniziative comuni, finalizzate al potenziamento dei nostri musei. Auspico che in futuro l’UNBCE possa considerare Amei un consulente affidabile con cui condividere idee, strategie, prospettive.

    Sempre al fine di conoscere meglio la nostra realtà, in questi anni Amei ha sostenuto con convinzione, collaborando alla raccolta di dati, il “Progetto di ricerca su accountability, misurazione della performance, rendicontazione e comunicazione nei musei ecclesiastici” che alcuni docenti di diverse università italiane[1], coordinati da Barbara Sibilio, hanno elaborato. La ricerca – che sarà pubblicata a breve - ha evidenziato notevoli passi avanti di taluni musei ecclesiastici in questo specifico settore.

    Il CD è stato inoltre impegnato nel tessere relazioni al fine di ottenere il riconoscimento della nostra realtà museale da parte dello Stato, obiettivo che da tempo Amei si era posto, senza però conseguire alcun risultato apprezzabile. L’Accordo di collaborazione con il Mibact firmato il 28 ottobre 2016 finalmente riconosce i Musei ecclesiastici come una specifica categoria museale; prevede che le parti “definiscano gli indirizzi volti al miglioramento della fruizione e della gestione dei Musei ecclesiastici italiani in ottemperanza alla loro missione, al potenziamento della loro rete nonché alla loro promozione, valorizzazione e integrazione nel sistema museale nazionale”.

    Prima della stipula dell’Accordo i nostri musei venivano genericamente indicati come ‘musei di interesse locale’ e accomunati, anche nella cosiddetta “Riforma Franceschini”, ad “ogni altro museo pubblico o privato” del territorio. Il riconoscimento della specificità e del ruolo svolto dai musei ecclesiastici a beneficio della collettività era la condizione irrinunciabile per avviare qualsiasi forma di collaborazione nell’ambito del costituendo sistema museale nazionale, alla cui definizione Amei ha offerto esplicitamente fin da subito il proprio contributo (punto 3 del Programma, voce Valorizzazione). Siamo infatti convinti della necessità che i musei debbano e possano concorrere, ciascuno per quanto di propria competenza, a rompere le separazioni interpretative e disciplinari che impediscono una visione complessiva, “olistica”, del patrimonio culturale e paesaggistico, cui la riforma ministeriale fa cenno (art.39 del decreto ministeriale 23 dicembre 2014) come esplicito obiettivo al quale tendere. Per questo abbiamo offerto il nostro appoggio alla futura definizione di sistemi museali misti, partecipando in più occasioni a incontri, dibattiti, audizioni su invito del Mibact e mantenendo relazioni stabili con le altre Associazioni museali che su questo tema proseguono il confronto. Cito per tutte la partecipazione di Amei all’iniziativa “Musei italiani. Sistema Nazionale” organizzato dal Mibact il 18 maggio 2018 presso le Terme di Diocleziano a Roma.

    Mi auguro che la strada intrapresa non venga abbandonata. Ritengo infatti che aver avviato il confronto con il Ministero, forti del riconoscimento di ruolo e specificità dei nostri musei, costituisca un significativo punto di partenza - non certo di arrivo - perché si possa essere considerati tasselli importanti di quel grande puzzle che definisce l’identità di un territorio e di una comunità. L’Accordo, da poco scaduto, andrebbe rinnovato: spero che questo passaggio rientri tra le priorità del futuro Presidente. Suggerisco inoltre che venga sollecitata l’inclusione dei musei ecclesiastici tra i beneficiari dell’Art bonus, da cui inspiegabilmente siamo esclusi.

    Mi preme sottolineare che l’apertura nei confronti dei sistemi museali non pregiudica le relazioni con le altre realtà culturali ecclesiastiche (archivi, biblioteche, uffici diocesani) che, certo, costituiscono i nostri primi interlocutori; sono convinta che stabilire rapporti significativi anche con ciò che vive al di fuori della nostra orbita, evitando ottuse chiusure in nome di un’identità che si intende difendere, non ci indebolisca, ma ci rafforzi. Se mettiamo a disposizione la nostra specificità come componente che può arricchire la proposta culturale di un territorio, se ci disponiamo all’ascolto e al confronto, riusciremo a farci sentire non solo da chi è già inserito in un contesto di fede, ma anche da chi ne è lontano.

    Parlando dei nostri musei, ho spesso utilizzato due parole chiave: luogo di contatto, ponte. Traggo dall’insegnamento di Mons. Iginio Rogger, che per anni mi è stato da guida, la convinzione che un museo ecclesiastico non debba “limitarsi ad un intento apologetico e catechetico”, ma debba “curare quanto possibile una comunicazione viva di valori umani e spirituali” promuovendo un approccio interdisciplinare, storico e artistico, “che riesca a stabilire un ponte intermedio tra la profanità umanistica e l’annuncio della fede”. Per questo ritengo che focalizzare la nostra missione solo nei confronti delle parrocchie o dei credenti sia un limite. E qui arriviamo ad uno snodo fondamentale: cosa significa oggi svolgere quella funzione pastorale alla quale siamo chiamati? Se non vogliamo che diventi un’espressione vuota, dobbiamo cercare di comprenderne il significato: un confronto aperto, a più voci, è urgente. Soprattutto perché spesso siamo chiamati a legittimare il nostro lavoro, se non la nostra stessa esistenza, in base all’espletamento o meno di quella specifica funzione.

    Nella giornata di studi organizzata da Amei il 18 maggio 2017 a Roma, dal titolo “Musei ecclesiastici quale identità. Potenzialità e criticità a sedici anni dalla Lettera sulla funzione pastorale dei musei ecclesiastici” abbiamo avviato la riflessione. Ora occorre riprendere il filo del discorso.

    In questi cinque anni abbiamo cercato di far capire a chi ci ha fondato che l’azione conservativa che ha condotto all’istituzione dei nostri musei è stata assolta e che ora occorre intraprendere un nuovo cammino. Lo abbiamo declinato entro quattro linee d’azione:

    1. AMEIdentifica | Aprirsi al territorio, contribuendo a creare comunità, perché un museo non è uno spazio chiuso con oggetti in vetrina offerti semplicemente allo sguardo dei visitatori. Un museo vive in stretta simbiosi con le comunità di riferimento attraverso il patrimonio che custodisce.
    2. AMEInclude | Esercitare un’autentica e convinta capacità di ascolto della diversità umana, partendo dall’uomo ‘reale’, dai suoi bisogni, dalle sue aspirazioni, perché il museo sia davvero un luogo for All, accessibile a tutti.
    3. AMEIndialogo | Promuovere il dialogo interculturale e interreligioso nella consapevolezza che tutti apparteniamo ad una comunità universale, composta da un puzzle di culture e di fedi diverse; una comunità che può ospitare ogni sincero cammino religioso e ogni autentico percorso umano. Una sfida difficile, che non possiamo ignorare.
    4. AMEImmagina | Favorire l’incontro con i linguaggi del contemporaneo, impegnandosi in quel lavoro che Papa Francesco ha definito “di frontiera”, indispensabile per continuare il dialogo che la Chiesa ha sempre intessuto con gli artisti. Solo così potremo essere davvero protagonisti del nostro tempo.

     

    Sempre nell’ambito del capitolo ‘Valorizzazione’, in questi anni è stata riproposta la Giornata Nazionale dei Musei ecclesiastici finalizzata a far conoscere la nostra realtà a pubblici diversi; dal 2016 abbiamo introdotto una novità: lo slogan “Se scambio cambio”, un invito ad attivare in quel giorno uno scambio con musei o con altre realtà culturali o sociali, anche distanti dall’ambito ecclesiastico. Un messaggio che temo non sia stato compreso e anzi abbia scoraggiato molti a partecipare. Con l’introduzione nel 2019 della settimana del MAB voluta da UNBCE infine le nostre giornate sono state annullate per dare priorità a progetti condivisi con archivi e biblioteche ecclesiastiche. Una decisione che ha decretato la fine di una proposta comune che da anni ci caratterizzava.

    Tra gli altri punti avevamo inserito nel programma un’iniziativa a livello nazionale per festeggiare il ventennale di Amei: una grande mostra. Ci siamo ben presto resi conto che non avremmo avuto sufficienti risorse, umane ed economiche, per attuare questo ambizioso progetto. Così nel 2016 l’assemblea in Castel Sant’Angelo ha approvato l’idea di commissionare un’opera ad un importante artista contemporaneo da donare alla Casa Museo Puglisi di Palermo. Su suggerimento di Padre Andrea Dall’Asta, abbiamo individuato in Claudio Parmiggiani l’artista da interpellare; lo abbiamo incontrato per definire il progetto; quindi ci siamo attivati per reperire i fondi necessari partecipando a un bando della Cariplo e, dopo un paziente lavoro preparatorio, al San Fedele di Milano il 27 marzo 2017 abbiamo presentato l’opera e dato avvio al suo viaggio in 13 tappe e altrettanti musei ecclesiastici, concluso a Palermo il 13 settembre di quello stesso anno. Volevamo lasciare un segno forte, deciso: quello della contemporaneità (l’opera di Claudio Parmiggiani) e dell’impegno sociale (quello di Padre Puglisi contro la mafia).

    Si è trattato della prima sperimentazione di una iniziativa espositiva condivisa da più istituzioni museali. Altre hanno fatto seguito: penso alla mostra Re-velation partita dal Museo diocesano di Genova, approdata in quello di Trento, Fidenza, Caltanissetta, Catania, Cuneo; oppure alla mostra Il profumo del pane allestita a Faenza, Milano, Bergamo.

    Al contempo ci siamo impegnati a dare attuazione a quanto previsto nel paragrafo ‘Formazione’: per gestire al meglio i nostri musei, grandi o piccoli che siano, è necessario disporre di competenze adeguate, quelle che non devono mancare soprattutto al direttore. Affidare la guida di un’istituzione museale a persone prive di una specifica formazione infatti equivale ad affossarne da subito il progetto. Fondare un museo non significa predisporre una sede e qualche vetrina dove custodire le opere senza sapere, come spesso accade, cosa succederà domani. Il museo non è un deposito accessibile che chiunque può gestire o proporre al pubblico, basandosi esclusivamente sull’entusiasmo o la buona volontà: occorre un progetto scientifico serio, capacità gestionali, competenze. Il volontariato, sul quale spesso i nostri musei si basano, è sicuramente una risorsa preziosa, a patto però che sia di supporto a professionalità già messe in campo. Per questo abbiamo sempre ritenuto prioritario puntare sulla formazione e, al contempo, rivendicare il riconoscimento della professionalità come requisito indispensabile per operare anche in un museo ecclesiastico. Non si tratta di una rivendicazione sindacale, come spesso sento dire: la dignità del nostro lavoro non può essere mortificata da trattamenti economici inadeguati o da formule contrattuali improprie. È lo stesso Papa Francesco a ribadire che va salvaguardata la dignità del lavoro e un’istituzione culturale della Chiesa dovrebbe essere impegnata in prima linea a rispettare questo semplice, ma fondamentale, principio.

    L'11 e il 12 novembre 2016 presso il Museo Diocesano di Milano e il Centro San Fedele 85 iscritti hanno partecipato al corso "Avvicinarsi al contemporaneo" che ha posto al centro i problemi fondamentali dell’arte contemporanea, affrontati dal punto di vista teorico e storico. Tra ottobre e dicembre 2018, in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana (PUG) e con l'Ufficio Nazionale per i beni ecclesiastici e l'edilizia di culto della CEI, abbiamo organizzato il corso “Gestire i musei ecclesiastici. Per una corretta tutela e valorizzazione del patrimonio” che ha raccolto 189 iscrizioni. Il corso in tre moduli (Organizzazione; Collezione; Comunicazione e rapporti con il territorio) ha affrontato le problematiche afferenti alla gestione dell'istituzione museale, alla conservazione e valorizzazione del patrimonio.

    Nel 2016 abbiamo organizzato un viaggio studio a Colonia per vistare il Kolumba con la guida esperta della Prof.ssa Alessandra Galizzi, che ringrazio. Alla proposta formativa però hanno partecipato poco meno di una decina di iscritti: di qui la sofferta decisione di non proporre altri viaggi studio, come si era ipotizzato nel Programma.

    Abbiamo organizzato tre convegni biennali, seguendo la scansione temporale che da sempre Amei adotta. A Palermo dal 5 al 7 novembre 2015 si è tenuto il X convegno dal titolo I musei ecclesiastici di fronte alla sfida del contemporaneo. Dal 23 al 24 Novembre 2017 si è tenuto a Bergamo l’XI convegno dal titolo Costruire ponti. I musei ecclesiastici per il dialogo interculturale e interreligioso. Infine a Molfetta il 14 e 15 novembre 2019 si è svolto il XII convegno Amei dal titolo L’accessibilità museale: una sfida e una necessità per i musei ecclesiastici. Di ciascun convegno, nel giro di tre mesi, abbiamo pubblicato gli Atti: una tempestività che si è registrata in passato solamente per quello svolto a Trento nel 2011, L’azione educativa per un museo in ascolto. Abbiamo ritenuto indispensabile mettere a disposizione in tempi brevi le riflessioni emerse da questi incontri: gli Atti sono infatti gli attrezzi di lavoro che ciascuno di noi deve riporre nella propria cassetta per un continuo aggiornamento della ricerca-azione che quotidianamente svolgiamo.

    A Palermo ci si è chiesti se e come i musei ecclesiastici, custodi del passato, possano o debbano occuparsi anche di arte contemporanea; a Bergamo le domande poste riguardavano il rapporto con ‘l’altro da sé’, con quanti praticano un’altra fede, parlano un’altra lingua, provengono da paesi e culture diverse. A Molfetta abbiamo ‘alzato la posta’, se così si può dire: nel titolo del nostro dodicesimo convegno, accanto alla parola ‘sfida’ abbiamo aggiunto il termine ‘necessità’. Parlare di accessibilità museale significa infatti riflettere sui cambiamenti profondi che l’istituzione museale sta vivendo e che i nostri musei non possono ignorare.

    Va detto che abbiamo registrato un progressivo calo di adesioni ai nostri convegni forse legato ai temi proposti, scelti sulla base di precisi indirizzi operativi contenuti nel Programma, enunciati in particolare ai punti 2, 3, 4: è probabile che i temi affrontati siano stati percepiti come distanti dalle problematiche più urgenti che i nostri musei vivono. Troppo spesso purtroppo le difficoltà che affrontiamo ogni giorno (scarse risorse umane ed economiche in primis) finiscono per indirizzare lo sguardo entro confini ristretti impedendo di cogliere ciò che, nel frattempo, ci passa accanto. E forse proprio per questa pur comprensibile miopia convegni che aprono a una visione più ampia, che stimolano la riflessione sulle urgenze del nostro tempo, sembra non colgano le vere necessità di chi opera in un museo ecclesiastico. Di qui il progressivo calo di iscritti.

    Sono convinta che al grande lavoro che ogni giorno viene svolto in queste istituzioni non debba e non possa bastare un pensiero e un’azione legati solo al contingente. Certo, spesso il quotidiano ci travolge e non disponiamo di mezzi adeguati per affrontarlo; tuttavia solo allargando lo sguardo in direzione di una finalità ben precisa - ‘le grandi mete’ entro cui si colloca un’azione progettuale consapevole - riusciremo ad organizzare adeguatamente anche il nostro presente. I convegni servono proprio a questo: a dotarci della necessaria vision che, sola, può aiutarci a organizzare e dare senso al nostro lavoro, fatto di obiettivi intermedi, “perseguibili, coerenti, generativi, verificabili e valutabili” in vista del raggiungimento della meta finale.

    Infine, ma non da ultimo, abbiamo affrontato il tema della Riorganizzazione. Un punto critico riguarda la rete dei coordinatori: non sempre abbiamo trovato persone disponibili a lavorare sul territorio per creare un collegamento costante tra musei, non sempre chi ha assunto questo compito lo ha portato avanti con determinazione. Non intendo colpevolizzare nessuno: è molto difficile lavorare, spesso in solitudine, nei nostri musei; aggiungere altri carichi è obbiettivamente arduo. Avremmo potuto individuare più occasioni di confronto con i coordinatori, sostenerli maggiormente, ma le distanze ci hanno scoraggiato. Solo nei giorni del Covid abbiamo scoperto che avremmo potuto dialogare anche a distanza utilizzando le piattaforme digitali: una potenzialità inesplorata che ora ci può davvero aiutare. Teniamo presente inoltre che i rappresentanti territoriali di Amei possono partecipare alle Conferenze episcopali, cosa che solo raramente si è verificata. Anche su questa criticità occorrerà lavorare.

    Dei punti in elenco in questo specifico paragrafo del nostro Programma, resta inevaso l’aggiornamento di Statuto e Regolamento, tema che il Consiglio Direttivo per la verità ha dibattuto ripetutamente. Si tratta di un passaggio fondamentale, soprattutto se riferito all’urgenza di definire meglio il senso, o meglio il ruolo che la nostra associazione intende assumere oggi: una riflessione che andrà ripresa. Per altro la riforma del Terzo settore impone, anche a livello normativo, una revisione dello Statuto, operazione dilazionata in attesa di indicazioni chiare da parte dei nostri consulenti. Affidiamo quindi al futuro CD il compito di provvedervi con un consiglio: ridurre da cinque a tre anni il mandato degli organi direttivi. Per esperienza personale l’impegno è notevole se protratto così a lungo.

    Decisamente fuori programma infine è stata l’udienza privata concessa ad Amei da Papa Francesco il 24 maggio 2019: un’esperienza che credo ci porteremo nel cuore, un regalo che come CD abbiamo voluto fare a tutti i soci. Nelle parole del santo Padre abbiamo potuto leggere un importante riconoscimento per la nostra Associazione, alla quale compete "coordinare e mettere in dialogo le numerose e variegate realtà museali, grandi e piccole, che sono presenti in Italia" e una conferma delle quattro linee d’azione individuate.

    Devo dire che l’incontro con Papa Francesco è stato il momento più bello della mia Presidenza: mi ha ripagato dei tanti ostacoli che ho trovato sul mio cammino, delle critiche mai apertamente espresse e discusse vis a vis, delle delusioni anche umane, dei pregiudizi che ancora connotano l’ambiente ecclesiastico nei confronti di una donna che interpreta un ruolo diverso da quello che in genere le viene assegnato.

    Una Presidente donna, una presenza forte della componente femminile nel CD: due novità che forse hanno creato qualche disagio. Posso assicurarvi che ciascuna di noi ha lavorato con spirito di servizio, con quel senso del dovere che ci è stato inculcato fin da piccole e che ormai fa parte del nostro DNA. E se talvolta abbiamo espresso la nostra gioia con modalità che qualcuno ha giudicato inopportune, scusateci: siamo donne!

    Come si può desumere da questa relazione, il lavoro svolto è stato davvero tanto: non posso che ringraziare i membri del Consiglio Direttivo che hanno operato con serietà, metodo, abnegazione, grande generosità. Sono riconoscente a Mons. Santi, che propongo di nominare socio onorario; alle due vice presidenti, Giovanna Cannata e Paola Martini; alla segretaria, Rita Capurro, a Lucia Lojacono, Stefania Nardicchi, padre Andrea Dall’Asta, Gabriele Allevi. Ringrazio anche la tesoriera di Amei, Cristina Gasperini, i revisori dei conti e i coordinatori regionali, specie quelli che davvero hanno sostenuto la nostra azione organizzando incontri territoriali, sollecitando i soci alla partecipazione. Infine, ma non da ultimo, ringrazio i soci che hanno creduto in noi, rinnovando l’iscrizione ad Amei in questo quinquennio.

    Rilevo con un una certa amarezza che i molti riconoscimenti del lavoro svolto sono arrivati paradossalmente più da ambienti esterni che dalla sfera ecclesiastica, ma confido che nel tempo la nostra linea d’azione venga meglio compresa e che i tanti musei soci che, silenziosamente, non hanno rinnovato l’iscrizione ad Amei possano farlo in futuro.

    Un futuro carico di incertezza: dopo il lockdown molti musei non hanno riaperto e forse non riapriranno più. Ci auguriamo che l’UNBCE intervenga perché le diocesi ci sostengano in questa fase davvero critica. Grazie all’Accordo con il Mibact i musei diocesani sono stati inseriti tra i beneficiari del Fondo Emergenza destinato agli istituti culturali. Un aiuto concreto particolarmente prezioso in questo difficile momento. La situazione è drammatica: proprio per questo Amei deve rafforzare il suo ruolo, diventando ancora di più un punto di riferimento forte per la realtà museale ecclesiastica. In questa fase il compito del futuro Presidente e dei componenti del CD è particolarmente delicato; per questo è indispensabile che tutti i soci collaborino attivamente al consolidamento della nostra casa comune, partecipando e non delegando.

    La mia esperienza si chiude qui: porto con me i volti e le parole dei colleghi che ho incontrato, di quanti mi hanno incoraggiato, mi hanno dato fiducia e sostenuto nei momenti difficili. Porto con me le amicizie nate in Amei, i bei momenti di condivisione, le tante risate. Quando le cose si chiudono, restano ricordi, rimpianti, ripensamenti, c’è un senso di sollievo misto a nostalgia. Ma soprattutto c’è la convinzione che dopo 10 anni di servizio in Amei è giusto che altri proseguano il lavoro intrapreso, in continuità o in discontinuità con quanto fatto fino ad ora. Questo è il naturale scorrere delle cose, della vita.

    A chi guiderà Amei nei prossimi anni, a tutti voi, un affettuoso saluto e un augurio sincero di buon lavoro.

     

    [1] Università di Bologna, Bocconi, Ferrara, Firenze, Macerata, Parma, Venezia.


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